Terapie psicologiche efficaci con bambini disattenti e iperattivi

E’ stato da tempo riscontrato che i disturbi del comportamento sono al secondo posto, dopo le difficoltà di apprendimento, tra le cause di segnalazione che giungono, dalla scuola,  ai vari servizi territoriali. All’interno dei disturbi di comportamento i più diffusi sono il disturbo da deficit d’attenzione e iperattività e il disturbo oppositivo-provocatorio. Si tratta di categorie diagnostiche relativamente recenti che risalgono agli inizi degli anni ’80, quando venne pubblicata la terza edizione del sistema di classificazione diagnostica noto come DSM (messo a punto dall’associazione psichiatri americani). La tendenza all’ipermotricità, le difficoltà attentive e la scarsa capacità di autocontrollo sono le caratteristiche che sono maggiormente evidenziate nei bambini con disturbi comportamentali. Nel corso degli anni le etichette diagnostiche si sono trasformate in seguito al raggiungimento di nuove acquisizioni sull’argomento. Anche la concezione eziologia dei disturbi ha subito varie trasformazioni. Attualmente prevale la tendenza a considerare rilevante la componente genetica ed ereditaria, pur non negando l’influenza di altri fattori, quali complicazioni relative alla gravidanza e al parto, esposizione a particolari sostanze tossiche, danno neurologico, caratteristiche dell’ambiente sociale ed inadeguatezze nelle pratiche educative.

La maggior parte dei contributi sullo studio dei disturbi del comportamento proviene dagli Stati Uniti, dove all’inizio degli anni novanta si potevano contare circa 5000 ricerche sull’argomento. Per quanto riguarda il nostro Paese, dopo i fallimentari tentativi di trovare le cause del problema all’interno di dinamiche inconsce, si è cercato per molto tempo di eludere il problema o si è ricorso a interpretazioni mediche ormai obsolete. Basti pensare che fino a non molti anni fa in Italia, la maggior parte degli operatori dei servizi di neuropsichiatria infantile, utilizzava ancora l’etichetta diagnostica “disfunzione cerebrale minima”, che nell’ambito della comunità scientifica internazionale è orma in disuso dagli anni settanta. Se poi passiamo all’ambiente scolastico, non è poi tanto raro imbattersi ancora in descrizioni quali “alunno caratteriale”.

LE STRATEGIE D’INTERVENTO

Le principali procedure rientranti in un piano di terapia d’intervento:

  1. intervento clinico col bambino
  2. formazione dei genitori
  3. consulenza sistematica alla scuola

Alcuni sostengono che essendo il disturbo di natura biologica, le uniche cure efficaci siano necessariamente di tipo biologico. Tale affermazione ha in sé un grande errore di fondo del tipo pentitio principii in quanto esistono diverse patologie che, pur essendo di natura biologica, sono trattate efficacemente con terapie non biologiche in grado di ridurre significativamente la sintomatologia facente parte del disturbo. Vorrei inoltre rilevare che il trattamento farmacologico ha in sé alcuni limiti rilevanti:

  • gli effetti positivi cessano poche ore dopo la sospensione del farmaco, ripristinando la situazione precedente anche dopo anni di somministrazione;
  • il farmaco non potrà mai insegnare al bambino con tali problemi, alcune abilità in cui è estremamente carente, ad esempio le abilità sociali, la tolleranza alla frustrazione, l’autocontrollo emotivo;
  • il farmaco può accentuare nel bambino il locus of control esterno, può cioè rafforzare la convinzione che in lui possono verificarsi dei cambiamenti solo per l’intervento di fattori esterni (cioè per la medicina);
  • in conseguenza di ciò può indebolirsi nel bambino il senso di auto-efficacia e, quindi, la sua capacità di contare sulle proprie risorse personali.
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