Informativa e consenso per l’uso dei cookie

1. Cosa sono i cookie?

I cookie sono piccoli file di testo che i siti visitati dagli utenti inviano ai loro terminali, ove vengono memorizzati per essere poi ritrasmessi agli stessi siti alla visita successiva. I cookie delle c.d. “terze parti” vengono, invece, impostati da un sito web diverso da quello che l’utente sta visitando. Questo perché su ogni sito possono essere presenti elementi (immagini, mappe, suoni, specifici link a pagine web di altri domini, ecc.) che risiedono su server diversi da quello del sito visitato.

2. A cosa servono i cookie?

I cookie sono usati per differenti finalità: esecuzione di autenticazioni informatiche, monitoraggio di sessioni, memorizzazione di informazioni su specifiche configurazioni riguardanti gli utenti che accedono al server, memorizzazione delle preferenze, ecc.

3. Cosa sono i cookie “tecnici”?

Sono i cookie che servono a effettuare la navigazione o a fornire un servizio richiesto dall’utente. Non vengono utilizzati per scopi ulteriori e sono normalmente installati direttamente dal titolare del sito web.

Senza il ricorso a tali cookie, alcune operazioni non potrebbero essere compiute o sarebbero più complesse e/o meno sicure, come ad esempio le attività di home banking (visualizzazione dell’estratto conto, bonifici, pagamento di bollette, ecc.), per le quali i cookie, che consentono di effettuare e mantenere l’identificazione dell’utente nell’ambito della sessione, risultano indispensabili.

4. I cookie analytics sono cookie “tecnici”?

No. Il Garante (cfr. provvedimento dell’8 maggio 2014) ha precisato che possono essere assimilati ai cookie tecnici soltanto se utilizzati a fini di ottimizzazione del sito direttamente dal titolare del sito stesso, che potrà raccogliere informazioni in forma aggregata sul numero degli utenti e su come questi visitano il sito. A queste condizioni, per i cookie analytics valgono le stesse regole, in tema di informativa e consenso, previste per i cookie tecnici.

5. Cosa sono i cookie “di profilazione”?

Sono i cookie utilizzati per tracciare la navigazione dell’utente in rete e creare profili sui suoi gusti, abitudini, scelte, ecc. Con questi cookie possono essere trasmessi al terminale dell’utente messaggi pubblicitari in linea con le preferenze già manifestate dallo stesso utente nella navigazione online.

6. È necessario il consenso dell’utente per l’installazione dei cookie sul suo terminale?

Dipende dalle finalità per le quali i cookie vengono usati e, quindi, se sono cookie “tecnici” o di “profilazione”.

Per l’installazione dei cookie tecnici non è richiesto il consenso degli utenti, mentre è necessario dare l’informativa (art. 13 del Codice privacy). I cookie di profilazione, invece, possono essere installati sul terminale dell’utente soltanto se questo abbia espresso il proprio consenso dopo essere stato informato con modalità semplificate.

7. In che modo il titolare del sito deve fornire l’informativa semplificata e richiedere il consenso all’uso dei cookie di profilazione?

Come stabilito dal Garante nel provvedimento indicato alla domanda n. 4, l’informativa va impostata su due livelli.

Nel momento in cui l’utente accede a un sito web (sulla home page o su qualunque altra pagina), deve immediatamente comparire un banner contenente una prima informativa “breve”, la richiesta di consenso all’uso dei cookie e un link per accedere ad un’informativa più “estesa”. In questa pagina, l’utente potrà reperire maggiori e più dettagliate informazioni sui cookie scegliere quali specifici cookie autorizzare.

8. Come deve essere realizzato il banner?

Il banner deve avere dimensioni tali da coprire in parte il contenuto della pagina web che l’utente sta visitando. Deve poter essere eliminato soltanto tramite un intervento attivo dell’utente, ossia attraverso la selezione di un elemento contenuto nella pagina sottostante.

9. Quali indicazioni deve contenere il banner?

Il banner deve specificare che il sito utilizza cookie di profilazione, eventualmente anche di “terze parti”, che consentono di inviare messaggi pubblicitari in linea con le preferenze dell’utente.

Deve contenere il link all’informativa estesa e l’indicazione che, tramite quel link, è possibile negare il consenso all’installazione di qualunque cookie.

Deve precisare che se l’utente sceglie di proseguire “saltando” il banner, acconsente all’uso dei cookie.

10. In che modo può essere documentata l’acquisizione del consenso effettuata tramite l’uso del banner?

Per tenere traccia del consenso acquisito, il titolare del sito può avvalersi di un apposito cookie tecnico, sistema non particolarmente invasivo e che non richiede a sua volta un ulteriore consenso.

In presenza di tale “documentazione”, non è necessario che l’informativa breve sia riproposta alla seconda visita dell’utente sul sito, ferma restando la possibilità per quest’ultimo di negare il consenso e/o modificare, in ogni momento e in maniera agevole, le proprie opzioni, ad esempio tramite accesso all’informativa estesa, che deve essere quindi linkabile da ogni pagina del sito.

11. Il consenso online all’uso dei cookie può essere chiesto solo tramite l’uso del banner?

No. I titolari dei siti hanno sempre la possibilità di ricorrere a modalità diverse da quella individuata dal Garante nel provvedimento sopra indicato, purché le modalità prescelte presentino tutti i requisiti di validità del consenso richiesti dalla legge.

12. L’obbligo di usare il banner grava anche sui titolari di siti che utilizzano solo cookie tecnici?

No. In questo caso, il titolare del sito può dare l’informativa agli utenti con le modalità che ritiene più idonee, ad esempio, anche tramite l’inserimento delle relative indicazioni nella privacy policy indicata nel sito.

13. Cosa deve indicare l’informativa “estesa”?

Deve contenere tutti gli elementi previsti dalla legge, descrivere analiticamente le caratteristiche e le finalità dei cookie installati dal sito e consentire all’utente di selezionare/deselezionare i singoli cookie.

Deve includere il link aggiornato alle informative e ai moduli di consenso delle terze parti con le quali il titolare ha stipulato accordi per l’installazione di cookie tramite il proprio sito.

Deve richiamare, infine, la possibilità per l’utente di manifestare le proprie opzioni sui cookie anche attraverso le impostazioni del browser utilizzato.

14. Chi è tenuto a fornire l’informativa e a richiedere il consenso per l’uso dei cookie?

Il titolare del sito web che installa cookie di profilazione.

Per i cookie di terze parti installati tramite il sito, gli obblighi di informativa e consenso gravano sulle terze parti, ma il titolare del sito, quale intermediario tecnico tra queste e gli utenti, è tenuto a inserire nell’informativa “estesa” i link aggiornati alle informative e ai moduli di consenso delle terze parti stesse.

15. L’uso dei cookie va notificato al Garante?

I cookie di profilazione, che di solito permangono nel tempo, sono soggetti all’obbligo di notificazione, mentre i cookie che hanno finalità diverse e che rientrano nella categoria dei cookie tecnici, non debbono essere notificati al Garante.

16. Quando entrano in vigore le misure prescritte dal Garante con il provvedimento dell’8 maggio 2014?

Il Garante ha previsto un periodo transitorio di un anno a decorrere dalla pubblicazione del provvedimento in Gazzetta Ufficiale per consentire ai soggetti interessati di mettersi in regola. Tale periodo terminerà il 2 giugno 2015.

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I disturbi d’Ansia

Gli schemi maladattivi sono costituiti da convinzioni e assunzioni. Le prime sono affermazioni incondizionate sul sé e il mondo come: “Sono un perdente”, “sono una persona di poco valore”, “sono un debole”. “sono un essere inferiore”. Le assunzioni, invece, rappresentano connessioni tra eventi esterni e le opinioni della persona stessa, come: “se mi faccio vedere ansioso, le altre persone penseranno che sono un debole”, “avere pensieri negativi significa essere persone negative”, “sintomi fisici poco chiari sono solitamente segni di una malattia molto grave”, “se non riesco a controllare il mio stato d’ansia sono un completo fallimento”.

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Paura e Ansia

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L’ansia è una risposta a situazioni simboliche, psicologiche e/o sociali, piuttosto che alla presenza immediata di un pericolo fisico.

Si tratta di una vera e propria risposta al senso di incertezza che insorge quando c’è una minaccia alla propria integrità, coerenza e continuità del sé o al proprio essere agenti attivi.

Diverse esperienze – caratterizzate da imprevedibilità e assenza di controllo personale – possono produrre varie forme di ansia interpersonale e, tra queste, la paura dell’intimità e di perdere il controllo.

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Ansia

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Lo stress può provenire da qualsiasi situazione o pensiero che fa sentire frustrati, arrabbiati o ansiosi. Ciò che è stressante per una persona non è necessariamente stressante ad un altra. L’ansia è un sentimento di timore o paura. La fonte di questo disagio non è conosciuta. Lo stress è un elemento normale della vita; in piccole quantità fa anche bene perchè può motivare e aiutare ad essere più produttivi. Tuttavia, troppo stress, o una forte risposta allo stress, sono nocivi. È possibile che portino fino a cattive condizioni di salute, nonché malattie fisiche o psicologiche come infezioni, malattie cardiache, o la depressione.

Persistente e inesorabile stress spesso porta ad ansia e comportamenti malsani come  l’abuso di alcol o droga. Lo stress può essere causato anche da stati emotivi come il dolore o la depressione e particolari condizioni di salute come uno ipertiroidismo, basso livello di zucchero nel sangue, o un attacco di cuore.

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Genitori e Figli

I rapporti tra genitori e figli rappresentano da sempre una questione delicata e difficile, talvolta un vero e proprio problema, che si accentua durante l’adolescenza.

È difficile comunicare e comprendersi per via della differenza di età: i figli sostengono che i genitori appartengono a una generazione precedente e hanno una mentalità e una concezione della vita arretrata di 25-35 anni rispetto alla loro. I genitori considerano invece tale differenza di età come positiva, come esperienza in più che ai figli manca.
È difficile comprendersi anche per la differenza di ruolo: i genitori si sentono responsabili dei figli e vorrebbero, spesso in buona fede, indirizzarli per il meglio nella vita, ma talvolta ciò si traduce in imposizione, in autoritarismo, e produce solo conflitti. I figli dal canto loro, man mano che crescono, desiderano (e meritano) più autonomia ma talvolta esagerano e sono inconsapevoli dei rischi cui vanno incontro.
È passato il tempo in cui i genitori potevano plasmare e controllare i figli a loro piacimento, ma non è ancora venuto (né mai verrà) il tempo in cui i figli possano fare a meno della guida e dei consigli dei genitori.

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EMDR e Bambini

MIGLIORARE LO STILE DI ATTACCAMENTO NEI BAMBINI E NEGLI ADULTI CON L’EMDR

 

F. Shapiro, facendo riferimento alla teoria di Bowlby rispetto al Modello Operativo Interno e alla Teoria dell’Attaccamento,  sostiene che l’EMDR, può consentire di rielaborare efficacemente i ricordi angoscianti, memorizzati in modo non funzionale e di ricreare, a livello cerebrale, associazioni nuove e maggiormente adattive.

Lavorare con l’EMDR sulle memorie precoci riguardanti il legame di attaccamento, dovrebbe avere un impatto positivo sui Modelli Operativi Interni (MOI) del soggetto. Entrambi i modelli (di Bowlby e di Shapiro) considerano le prime esperienze di vita del bambino determinanti nell’influenzare e modulare le percezioni e le risposte successive.

Il modello di Shapiro (Shapiro, 2007) riguarda i traumi relazionali con la “t” minuscola e la “T” maiuscola che sono memorizzati in forma non elaborata nelle reti neurali insieme alle emozioni, alle sensazioni, alle cognizioni associati ai traumi stessi. In tal modo i sentimenti e le convinzioni non elaborati relativi alla sfiducia sono innescati nelle relazioni successive.

Tale modello di Shapiro, ipotizza che il sistema di elaborazione delle informazioni può essere compromesso, disattivandosi, quando si fa esperienza di eventi particolarmente dolorosi. Così, i ricordi no elaborati sono memorizzati (“incapsulati”) in una rete neurale caratterizzata da emozioni, sensazioni, immagini, convinzioni associate tra loro e alle altre reti in modo disfunzionale.

Gli eventi dolorosi di cui si fa esperienza possono riguardare vicende traumatiche con la “t” minuscola (come le esperienze di umiliazione o rifiuto) e vicende traumatiche con la “T” maiuscola (ove il soggetto si sente in pericolo di vita). Per tale modello ogni sollecitazione attuale – inconscia o conscia – può attivare il materiale allo stato originale elicitando una risposta disfunzionale alla situazione attuale.

Con l’EMDR si riattiva il naturale sistema di elaborazione delle informazioni mentre si lavora sulle prime esperienze di vita e le informazioni immagazzinate in modo non adattivo. La stimolazione bilaterale facilita nuove associazioni, collegando il materiale negativo ad altre esperienze immagazzinate in modo adattivo attraverso insight spontanei e cambiamenti emotivi.

Per Bowlby, le prime esperienze di vita del bambino con le figure di accudimento sono fondamentali nel determinare il MOI del bambino, le sue convinzioni su se stesso, gli altri  e il mondo; le esperienze precoci di attaccamento, pertanto, gettano le basi per tutte le relazioni successive, come la fiducia costruita durante l’infanzia determina le aspettative e, in seguito, i comportamenti interpersonali.

Bowlby considerava, altresì, primario l’attaccamento con la madre poiché attivato dall’innata paura di annichilimento del bambino e modulato dalla sua dipendenza alla vicinanza con la figura di attaccamento per la sopravvivenza. La stabilità del rapporto tra il bambino e il suo caregiver primario nei primi mesi e anni di vita è correlata alla percezione di sicurezza del bambino e al buon funzionamento relazionale successivo. La qualità e la tipologia di attaccamento influiscono in modo determinante sulla formazione del carattere, dell’autostima e della sicurezza di sé, sulla percezione del proprio valore e delle proprie risorse, sull’indipendenza e sulle modalità di comunicazione e di relazione del bambino.

Successivamente, Mary Ainsiworth, ha identificato nella sensibilità della madre e nella sua reattività alle sollecitazioni del bambino, i fattori determinati la tipologia dei attaccamento (sicuro o ansioso/insicuro). Alcuni studi, poi, hanno identificato in una percentuale di bambini, una particolare tipologia di attaccamento classificato come disorganizzato (Main & Solomon, 1986).

I bambini disorganizzati paiono provare sentimenti di paura e ansia nei confronti delle loro madri e ne ricercano, nel contempo, la vicinanza. Le madri, in tal caso, possono aver vissuto qualche tipologia di abuso infantile o una perdita non risolti; la loro disregolazione emozionale porterebbe a comportamenti più o meno manifesti percepiti come spaventosi dai loro figli.

Anche il maltrattamento è associato all’attaccamento insicuro e disorganizzato.  Attraverso il test Adult Attachment Inteview si può evincere lo stile di attaccamento del soggetto: sicuro (madri di bambini sicuri); ansioso (madri di bambini resistenti/ambivalenti); evitante (madri di bambini evitanti); disorganizzato/irrisolto per l’abuso nell’infanzia o una perdita importante (madri di bambini disorganizzati).

Il modello della Crittenden sottolinea il ruolo delle figure di attaccamento nella protezione dei bambini e nell’aiutarli a imparare ad auto-proteggersi. Secondo l’autrice il mal funzionamento si crea nel momento in cui i bambini sono esposti a pericoli per i quali non hanno la maturazione sufficiente ad affrontarli e per i quali non sono provvisti di un’adeguata protezione.

Gli studi e le ricerche, in ogni modo, indicano che i bambini e gli adulti con attaccamento insicuro hanno un rischio maggiore di avere diagnosi di disturbi emotivi e comportamentali rispetto a coloro che hanno attaccamento sicuro. Inoltre, i soggetti con attaccamento disorganizzato paiono più a rischio di psicopatologie. Le categorie di attaccamento si trasmettono a livello transgenerazionale con una corrispondenza tra la tipologia dell’attaccamento materno e quella dei loro figli. Ecco perché diviene importante considerare la tipologia dell’attaccamento di un individuo nel contesto dell’intera storia di vita e del funzionamento attuale.

Non esiste, tuttavia, una singola diagnosi che comprenda i molteplici sintomi e comportamenti osservati nei bambini con una storia di attaccamento caratterizzato da traumi complessi e, i bambini, sono diagnosticati con più disordini in comorbidità tra cui: PTSD, Disturbo Oppositivo-Provocatorio, Disturbo della Condotta, Sindrome da Deficit di Attenzione e Iperattività, Depressione, Ansia.

Nel 2005 Van der Kolk e i membri del Complex Trauma Taskforce e National Child Traumatic Stress Network, hanno creato una nuova diagnosi: il Disturbo Traumatico dello Sviluppo che evidenzia l’effetto deleterio del primo trauma relazionale per lo sviluppo e il funzionamento in ambito sociale ed emotivo. I criteri propri del DTD includono: una storia di traumi interpersonali, disregolazione emotiva in risposta all’evento traumatico (trigger), un sistema di credenze alterato e una compromissione dal punto di vista funzionale.

Il metodo per utilizzare l’EMDR allo scopo di riparare i fallimenti nel legame madre-bambino, si focalizza sulle difficoltà della madre nello sviluppare sentimenti normali e istintivi di amore e di legame con il bambino, manifestando un’inadeguata sintonizzazione e insensibilità ai segnali del bambino stesso. L’assenza di sentimenti di amore della madre è trasmessa al bambino che si sente insicuro e non amato. Il bambino manifesta successivamente problemi comportamentali che, a sua volta, accentuano i sentimenti negativi nella madre. L’ipotesi sostenuta è che gli eventi che separano la madre dal bambino – fisicamente ed emotivamente – al momento della nascita, siano la causa originale del mancato legame; tali eventi possono includere: malattia della madre o del bambino, problemi finanziari, relazionali, gravidanza e/o parto traumatici.

Senza un intervento efficace, il trauma relazionale può portare ad una disregolazione emotiva e comportamentale e alla tendenza ad allacciare relazioni instabili anche per tutta la vita. Alcuni sintomi relativi al legame di attaccamento disfunzionale rendono i pazienti meno in grado di utilizzare lo strumento della terapia. Per esempio, i pazienti con una storia di trauma relazionale, spesso, non sono consapevoli di sé, della loro abilità di autoregolazione o di poter chiedere aiuto agli altri in caso di bisogno. Il terapeuta a conoscenza di tali problemi può aiutare il proprio paziente a sviluppare le competenze di base per acquisire consapevolezza di sé, autoregolamentazione, fiducia per affrontare i ricordi dolorosi che provocano pensieri, sentimenti e comportamenti disfunzionali.

In questi casi, molto efficace è risultano l’approccio EMDR che aiuta a risolvere i problemi nel legame di attaccamento e a migliorare lo stile di attaccamento, la stabilità emotiva, le relazioni attuali.

– D. B. Wesselmann, M. Davidson, S. Armstrong, C. Schweitzer, D. Bruckner, A. E. Potter

Genitori di bambini iperattivi e disattenti

Quale formazione

Nella maggior parte dei casi i genitori di un bambino con tale problema, si trovano a non esser sufficientemente preparati nell’affrontare la vasta gamma di difficoltà in cui si imbattono nel crescere il proprio figlio. Alcune volte non si rendono conto di contribuire essi stessi a creare problemi nel bambino a causa del loro personale disagio psicologico, altre volte invece le difficoltà possono aumentare a causa della disiformazione o della cattiva informazione, in materia di pratiche educative.

      Gli obiettivi della formazione dei genitori sono:

  1. Insegnare a gestire meglio il proprio stress emozionale nel rapporto con bambino dificile. Si tratta di guidarli ad apprendere che la causa dei loro stati d’animo negativi, di collera, ansia, depressione, risiede non tanto negli eventi che si verificano, ma nel modo in ci essi percepiscono, interpretano e giudicano tali eventi. L’intento è quello di far sperimentareai genitori che possono essere in grado di superare i propri problemi emotivi, evitando che essi si ripercuotano sul comportamento del bambino.
  2. Mostrare ai genitori come applicare l’autocontrollo emozionale ai problemi emotivi del bambino, affinché siano in grado di aiutarlo a imparare a dominare gli stati d’animo negativi anziché esserne sopraffatto.
  3. Far acquisire ai genitori le informazioni necessarie per comprendere meglio il comportamento del bambino e correggere eventuali convinzioni erronee in fatto di pratiche educative.
  4. Insegnare ai genitori abilità di problem solving e procedure di modificazione del comportamento per affrontare i problemi presentati dal bambino.

      L’intervento, nella forma completa, si articola in 8-10 incontri di 90 minuti ciascuno. Le dimensioni del gruppo può variare da 5 a 12 persone. La quantità ottimale è di 8-10 partecipanti, poiché un gruppo di tali dimensioni, consente di affrontare una vasta gamma di stuazioni e nello stesso tempo ofre a tutti la possibilità di assumere una parte attiva nelle discussioni. Quando partecipano al gruppo entrambe i genitori, possono essere incluse fino a 16 persone. In tal caso è però preferibile estendere la duratadi ogni incontro a due ore.

Terapie psicologiche efficaci con bambini disattenti e iperattivi

E’ stato da tempo riscontrato che i disturbi del comportamento sono al secondo posto, dopo le difficoltà di apprendimento, tra le cause di segnalazione che giungono, dalla scuola,  ai vari servizi territoriali. All’interno dei disturbi di comportamento i più diffusi sono il disturbo da deficit d’attenzione e iperattività e il disturbo oppositivo-provocatorio. Si tratta di categorie diagnostiche relativamente recenti che risalgono agli inizi degli anni ’80, quando venne pubblicata la terza edizione del sistema di classificazione diagnostica noto come DSM (messo a punto dall’associazione psichiatri americani). La tendenza all’ipermotricità, le difficoltà attentive e la scarsa capacità di autocontrollo sono le caratteristiche che sono maggiormente evidenziate nei bambini con disturbi comportamentali. Nel corso degli anni le etichette diagnostiche si sono trasformate in seguito al raggiungimento di nuove acquisizioni sull’argomento. Anche la concezione eziologia dei disturbi ha subito varie trasformazioni. Attualmente prevale la tendenza a considerare rilevante la componente genetica ed ereditaria, pur non negando l’influenza di altri fattori, quali complicazioni relative alla gravidanza e al parto, esposizione a particolari sostanze tossiche, danno neurologico, caratteristiche dell’ambiente sociale ed inadeguatezze nelle pratiche educative.

La maggior parte dei contributi sullo studio dei disturbi del comportamento proviene dagli Stati Uniti, dove all’inizio degli anni novanta si potevano contare circa 5000 ricerche sull’argomento. Per quanto riguarda il nostro Paese, dopo i fallimentari tentativi di trovare le cause del problema all’interno di dinamiche inconsce, si è cercato per molto tempo di eludere il problema o si è ricorso a interpretazioni mediche ormai obsolete. Basti pensare che fino a non molti anni fa in Italia, la maggior parte degli operatori dei servizi di neuropsichiatria infantile, utilizzava ancora l’etichetta diagnostica “disfunzione cerebrale minima”, che nell’ambito della comunità scientifica internazionale è orma in disuso dagli anni settanta. Se poi passiamo all’ambiente scolastico, non è poi tanto raro imbattersi ancora in descrizioni quali “alunno caratteriale”.

LE STRATEGIE D’INTERVENTO

Le principali procedure rientranti in un piano di terapia d’intervento:

  1. intervento clinico col bambino
  2. formazione dei genitori
  3. consulenza sistematica alla scuola

Alcuni sostengono che essendo il disturbo di natura biologica, le uniche cure efficaci siano necessariamente di tipo biologico. Tale affermazione ha in sé un grande errore di fondo del tipo pentitio principii in quanto esistono diverse patologie che, pur essendo di natura biologica, sono trattate efficacemente con terapie non biologiche in grado di ridurre significativamente la sintomatologia facente parte del disturbo. Vorrei inoltre rilevare che il trattamento farmacologico ha in sé alcuni limiti rilevanti:

  • gli effetti positivi cessano poche ore dopo la sospensione del farmaco, ripristinando la situazione precedente anche dopo anni di somministrazione;
  • il farmaco non potrà mai insegnare al bambino con tali problemi, alcune abilità in cui è estremamente carente, ad esempio le abilità sociali, la tolleranza alla frustrazione, l’autocontrollo emotivo;
  • il farmaco può accentuare nel bambino il locus of control esterno, può cioè rafforzare la convinzione che in lui possono verificarsi dei cambiamenti solo per l’intervento di fattori esterni (cioè per la medicina);
  • in conseguenza di ciò può indebolirsi nel bambino il senso di auto-efficacia e, quindi, la sua capacità di contare sulle proprie risorse personali.

Stress-Benessere Azienda

Lo stress è considerato oggi uno dei problemi sociali più gravi, cui va data una adeguata risposta sia a livello di cura che di prevenzione. Studi sperimentali hanno dimostrato il collegamento stretto tra condizioni alterate di stress e livelli biologici profondi, che giocano un ruolo importante in diverse malattie. Lo stress è inoltre causa diretta di patologie: ansia, attacchi di panico, insonnia, difficoltà di concentrazione e di decisione, pensieri ripetitivi, irritabilità. Sul piano lavorativo, sono ben noti i costi del burnout, effetto diretto di una situazione di stress prolungato.

Le variabili che caratterizzano il passaggio dallo stress “adattivo” a quello cronico e fonte di disagio sono tanto complesse da richiedere un approccio multidimensionale sia per l’intervento – preventivo o terapeutico – che per l’assessment.

Riguardo a quest’ultimo aspetto, le misure di stress in uso sono prevalentemente di tipo indiretto: cioè tengono conto o degli eventi stressanti o dei sintomi conseguenti allo stato di stress.

Obiettivo di questo volume è presentare una modalità multidimensionale di “misurazione” dello stress che utilizzi sia il questionario self-report (la traduzione e adattamento italiano del test Mesure du Stress Psychologique di Tessier e collaboratori, dell’Università Laval del Quebec), sia una serie di griglie di osservazione per la rilevazione dall’esterno di vari aspetti, fra i quali la respirazione, la postura, il movimento, il tono della voce.

La precisa collocazione del soggetto all’interno di una scala stress-benessere consente di valutare – anche quantitativamente – l’efficacia del trattamento praticato, quale che sia l’ottica teorica a fondamento del trattamento stesso; ma la metodologia presentata, rendendo possibile una rilevazione diretta dello stato dell’organismo anche prima che si arrivi a conseguenze di malattia conclamata, è utile per il lavoro preventivo mirante a ridurre i processi di cronicizzazione dello stress e le loro conseguenze in termini di perdita di benessere personale e sociale.

Il progetto Stress-Benessere Aziende si colloca nel recente filone di studi che prende in considerazione in modo innovativo la complessità del mondo del lavoro, il funzionamento di fondo dei soggetti e delle Aziende. E si colloca, anche, nel filone delle più recenti ricerche che si occupano di incrementare le potenzialità sia delle Aziende che degli individui: intervenendo sui meccanismi oggi sempre più diffusi dello Stress (e del conseguente disagio cognitivo, emotivo, psicofisiologico), e recuperando in pieno le risorse umane (su cui l’Azienda fonda le sue possibilità) a vari livelli.

Oggi è possibile affrontare in modo nuovo e virtuoso il tema del Benessere e dello Stress, così centrale per le Organizzazioni e per la Società in generale, poiché nuove conoscenze scientifiche ne hanno messo in luce i meccanismi profondi, le basi su cui si sviluppa e si cronicizza lo Stress divenendo negativo (di-stress) e gli effetti nocivi che questo ha sulla salute e sui funzionamenti più in particolare di chi lavora e dell’Azienda stessa. La visione integrata della psicologia Funzionale La psicologia integrata Funzionale studia da oltre 15 anni questi processi, attraverso una visione integrata e non frammentata, identificando tutte le componenti psicologiche, neurologiche, endocrine, sensoriali-percettive, fisiologiche di questo fenomeno complesso, e le modalità della loro interazione. Solo così si è potuti arrivare ad una comprensione piena del fenomeno, dei meccanismi di base dello Stress: per cui oggi è possibile finalmente fare valutazioni e misurazioni oggettive e precise dello stato di Stress cronico nei soggetti. E attraverso questa visione e a seguito di una valutazione integrata delle varie componenti dello Stress è possibile anche progettare interventi precisi e mirati sulle radici profonde del disagio.L’Organismo Azienda Il Pensiero Funzionale si caratterizza per la sua capacità di guardare all’interezza e alla multidimensionalità dell’essere umano, con una visione olistica, scientificamente fondata e al contempo fortemente e precisamente operativa. Applicato al mondo del lavoro, si apre la possibilità di ipotizzare che anche l’Azienda, così come un essere umano, possa essere considerata come un vero e proprio organismo vivente, con i suoi meccanismi complessi, con le sue leggi di funzionamento, con la sua vitalità, con la sua capacità di Benessere profondo. L’Azienda non è, dunque, solo strutture, cicli di produzione, prodotti, macchinari; bisogna imparare a vederla anche come un crocevia di emozioni e di sensazioni; uno stratificarsi di vissuti e di vicende, di entusiasmi e di delusioni, di crescita, di creatività, di movimenti. Possiamo pensare all’Azienda come un organismo vivente, possiamo guardarla come un insieme di Funzioni vitali  e di Capacità vitali che la caratterizzano su differenti piani e livelli. Oggi anche l’organismo-Azienda può essere, dunque, valutato in una visione multidimensionale, e nei suoi funzionamenti di fondo, le uniche modalità che assicurino una possibilità di lettura e d’intervento rispondenti alle moderne leggi della complessità, alfine di individuare realmente ciò che può essere ulteriormente migliorato. È possibile, quindi, oggi valutare anche se ci siano condizioni alterate di modalità di lavoro, di organizzazione del lavoro, che possono tendere a produrre Stress. Il pensiero Funzionale applicato all’organismo-Azienda, infine, sviluppa in pieno il concetto nuovo di Benessere: un concetto che può finalmente racchiudere l’interezza del funzionamento, la completezza dello sviluppo. Una concezione in cui il Benessere dell’Azienda non si contrappone al Benessere di chi vi lavora, ma anzi entrambi si rinforzano reciprocamente. Oggi è acclarato che il successo di un’impresa dipende dalla sua capacità di rispondere rapidamente ed efficacemente alle richieste mutevoli del mercato; ed è perciò importante per un’Azienda poter recuperare capacità di Benessere ed efficacia, anche in presenza di una società in rapido sviluppo e con esigenze sempre crescenti, perché la velocità dei processi e la quantità di stimoli provenienti dall’interno dell’organizzazione e dal contesto di riferimento, possono incidere sui delicati equilibri psico-fisici delle persone, generando reazioni negative e sfociando in condizioni di stress cronico altamente improduttive. Occorre, quindi, arrivare pienamente ad una positiva attivazione di tutte le risorse dell’Azienda diretta al conseguimento di obiettivi realistici e concordati, per allontanare ed eliminare il rischio di un graduale esaurimento delle energie, foriero di successivi disagi a tutti i livelli del sistema (micro e macro).

Benessere dell’Azienda, Benessere individuale, Benessere sociale Oggi, con una visione scientifica complessiva (sviluppata in particolare dal Funzionalismo moderno), possiamo prendere in considerazione i funzionamenti di fondo del Mondo del Lavoro e di chi opera nel Mondo del Lavoro, analizzandone, come abbiamo visto, anche i meccanismi dello Stress e del Benessere. Ciò consente interventi mirati, e quindi più efficaci, e per ciò più idonei a restituire Benessere, a costruire livelli qualitativamente più significativi, a produrre successo: innanzitutto al Mondo del Lavoro, e poi, come riflesso importante, anche alla famiglia e al sociale. La presenza di Benessere nell’Azienda e nel Mondo del Lavoro è una qualità che si comunica a tutti i suoi settori, a tutte le sue componenti, a tutti coloro che vi operano a qualsivoglia livello. Il benessere dell’Azienda non è contrapposto al Benessere del suo Personale; anzi, l’uno potenzia l’altro. Il Benessere sul lavoro è un bene comune che produce ulteriore Benessere: a vari livelli nella Società. L’aumento di efficienza e il miglioramento della salute e sicurezza dei lavoratori avrà come indubbie conseguenze  (art. 1 Accordo interconfederale 9 giugno 2008). L’apporto delle nuove conoscenze scientifiche è il tessuto che rende possibile realizzare questo passaggio a nuovi obiettivi e nuove fasi più positive del mondo del lavoro.

Comunicazione efficace

La comunicazione è uno dei termini oggi più usati e, talvolta, abusati. In generale, essa indica quell’insieme di segni e di messaggi – verbali e non – che servono per trasferire ad altri informazioni, ma anche emozioni e sentimenti. Comunicare, infatti, non significa semplicemente informare, ma anche e soprattutto “entrare in relazione” con soggetti esterni a noi.

La parola è un dono che solo l’uomo possiede, ma anche gli animali possono comunicare e possiamo affermare che, per ogni essere vivente, non comunicare è praticamente impossibile.
Per quanto riguarda la comunicazione umana, un classico saggio del professor Albert Mehrabian ha dimostrato chesolo il 7% del significato viene veicolato dalle parole pronunciate, mentre il 38% di esso viene comunicato attraverso la tonalità in cui vengono espresse e il restante 55% non ha nulla a che vedere con le parolebensì con la fisiologia. Il silenzio, uno sguardo, la postura, le smorfie del volto o il modo di respirare, l’abbigliamento o il profumo usato sono aspetti che “parlano” per noi e manifestano il nostro modo d’essere, l’universo dei nostri stati d’animo, ancor più delle nostre parole.

Il filosofo russo Gurdjieff sosteneva che “noi diventiamo le parole che ascoltiamo“. In effetti, le cose stanno proprio così: le parole che ascoltiamo o che pronunciamo lasciano una traccia in noi. Tutte le parole, e in particolare quelle sbagliate, ci condizionano, seminando scorie, generando atteggiamenti distorti e “storpiature” che ci complicano l’esistenza e ci intossicano la mente. Una volta pronunciate, infatti, le parole vanno ad agire almeno su due cervelli: quello di chi parla e quello di chi ascolta. In entrambi, esse diventano materia mediante un preciso percorso chimico-fisico (oltre che simbolico) che attraversa corpo e psiche a partire dall’orecchio (Morelli, 2005).

Dal timpano, i suoni che udiamo procedono nel cranio verso una struttura denominata coclea, fanno vibrare l’orecchio interno e poi si incanalano nel nervo acustico, dove stimolano il nervo vago, che si dirama verso gli organi della respirazione, della digestione e della circolazione.

A livello centrale, invece, vengono interessate alcune aree del cervello e le zone vicine alle strutture uditive, come le aree limbiche e para-limbiche, dove le emozioni si trasformano in impulsi chimico-fisici e viceversa (Morelli, 2005).

Ecco perché quando una parola entra in noi (può essere una parola da noi pronunciata, o anche solo sentita, oppure una parola che ci viene detta) ha come conseguenza quella di modificare contemporaneamente le aree cerebrali e lo stato di alcuni visceri, con conseguenze sia a livello psichico che somatico. Ecco perché le parole che utilizziamo hanno il potere di farci star bene o di creare disagio, di influenzare le nostre relazioni, la fiducia in noi stessi, le possibilità di raggiungere i nostri obiettivi e di realizzare i nostri progetti. Sostiene Morelli (2005) che il nostro cervello è un terreno fecondo su cui le parole, le nostre come quelle altrui (se sono nostre questo discorso vale anche per le parole solo pensate) cadono come tanti semi. Ascoltando se stessi e gli altri, si diventa il fertile ricettacolo di questi semi, che poi fruttificano e germogliano nel corpo. Ogni forma di comunicazione incide dunque nella nostra psiche, lavora nel nostro inconscio per giorni, mesi, anni, arrivando a cambiare la nostra mentalità e lasciando una traccia fisica nel nostro corpo. Gurdjeff aveva intuito giustamente: noi diventiamo per davvero le parole che ascoltiamo ma, ancor di più, quelle che pensiamo o pronunciamo e che continuiamo a pronunciare.

Che fare, allora? È importante diventare consapevoli della nostra comunicazione, degli effetti che essa ha su di noi, sui nostri interlocutori e sulle nostre relazioni per trasformarla in comunicazione efficace. Affinché le parole diano sollievo e creino benessere, in noi stessi e negli altri, aiutandoci a ridurre lo stress, gli errori e le incomprensioni, è indispensabile acquisire consapevolezza di che cosa diciamo, di come parliamo, degli stati emozionali nostri e di coloro con cui stiamo interagendo, sia di persona che al telefono o attraverso una comunicazione scritta.

La consapevolezza è alla base dell’empatia: quanto più aperti siamo verso le nostre emozioni, tanto più abili saremo anche nel leggere i sentimenti altrui. Questa capacità che ci consente di sapere come si sente un altro essere umano entra in gioco in continuazione, sia in ambito privato (nelle relazioni sentimentali, con i figli o con gli amici) che in ambito professionale (si pensi alla giornata lavorativa di un venditore o di un dirigente).

Un fattore determinante affinché le relazioni interpersonali siano efficaci è l’abilità con la quale un individuo riesce ad entrare in sincronia emotiva con gli altri, che consiste nel rispecchiare a livello corporeo, in modo inconscio e impercettibile ad occhio nudo, gli stati d’animo dell’interlocutore.

Afferma Goleman che quando due persone interagiscono, lo stato d’animo viene trasferito dall’individuo che esprime i sentimenti in modo più efficace a quello più passivo.

Gli individui incapaci di ricevere e trasmettere emozioni sono destinati a relazioni interpersonali problematiche, dal momento che spesso gli altri si sentono a disagio con loro, pur non riuscendone a spiegare il motivo (Goleman, 1999).

Quelli che invece sanno entrare in sintonia con gli stati d’animo altrui, o riescono facilmente a trascinare gli altri nella scia dei propri, allora, dal punto di vista emozionale, godranno di relazioni interpersonali più armoniose. La caratteristica che contraddistingue un leader carismatico o un bravo executive sta proprio nella capacità di trascinare a sé gli interlocutori in questo modo.

La sintonia emotiva funziona nel modo migliore quando nasce al di fuori della sfera cosciente e quando sorge spontaneamente. Tuttavia, si tratta di un’abilità che si può apprendere e che può contribuire a migliorare enormemente la nostra capacità di comunicare con gli altri.

 

Bibliografia di riferimento

Goleman, D. (1999) Intelligenza emotiva, Bur, Milano.

James, T., Shephard D. (2001) Presenting Magically, Crown House, Wales.

Morelli, R., (2005) Dizionario della felicità, Riza, Milano.