Disturbi Alimentari

 

Mi piace esordire con un aforisma di Voltaire che dice:

“La fame è un inizio di dolore che ci invita a nutrirci; la noia è un dolore che ci costringe a impegnarci in qualche attività, l’amore è un bisogno, se non soddisfatto divienedoloroso. L’eccesso è pernicioso, in ogni campo: nell’astinenza come nella ghiottoneria, nell’economia come nella liberalità”.

Con questa sentenza l’autore ci dà un’immagine concisa delle componenti fondamentali che usualmente guidano al costituirsi delle patologie alimentari.Nella mia attività, incontro molte persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare.

Spiego meglio di cosa parliamo quando ci si riferisce a questi disturbi:

Un disturbo del comportamento alimentare (DCA) è un termine che possiamo definire “contenitore” e rappresenta tutti gli atteggiamenti (disturbati) che hanno nell’alimentazione il loro “sintomo”. Cioè tutti i disagi, che si esprimono con un comportamento verso il cibo e rientrano nelle psicopatologie in quanto sono alterazioni nel rapporto con il cibo.

Anoressia nervosa, Bulimia nervosa e Binge Eating Disorder (la sindrome da alimentazione incontrollata) sono i più conosciuti, ma esiste una varietà più ampia che oscilla tra situazioni di crisi momentanee a veri e propri quadri di psicopatologia con complicazioni mediche e psichiatriche. Nei DCA inoltre è presente non solo un problema con il cibo, ma anche con l’immagine corporea, cioè l’immagine interna di come il nostro corpo appare all’esterno.

Questo in estrema sintesi ovviamente.

 Vorrei approfondire il tema dell’immagine corporea e della sua problematicità. È sicuramente un concetto carico di significati importanti per ciò che attiene a questi disturbi. L’idea di quest’immagine corporea interna, apre un mare magnum di ambiguità e opposizioni che paiono incastrare in un gioco senza via d’uscita apparente, chi soffre di questi disturbi. Mi riferisco ad esempio alla leggerezza del corpo, al desiderio di annullamento contrapposto alla pesantezza dei vissuti; o al forte desiderio di controllo che investe una parte della propria vita che è più facilmente controllabile: il peso, il cibo ingerito, le calorie assunte.

Tale controllo diviene un controllo “simbolico” e nel contempo iperbolico nonché iper-metabolico di sé, del proprio corpo che, paradossalmente, si ribalta in una schiavitù, in una pressoché totale dipendenza che sfocia in un non controllo di sé, ma di qualcosa che è al di fuori di sé, è altro da sé. Quindi, a ben vedere, c’è sempre uno spostamento dell’attenzione, in effetti.

Ma come possono esser spiegate queste “battaglie” rispetto all’immagine corporea interna?

Sicuramente col fatto che ildisturbo dell’immagine corporea ha un ruolo centrale nell’anoressia, bulimia e nel binge eating.

In sintesi il problema è che ci si percepisce “grassi” anche quando si è fortemente in sottopeso e comunque si è perennemente insoddisfatti del proprio apparire corporeo.

Tutto ciò conduce a legare a doppio filo il valore di sé principalmente al proprio corpo ed al controllo su di esso.

    Perché questo avviene?

Lo spiegherei semplicemente come faccio con i miei pazienti: con la “teoria dell’isola felice”.

Principalmente questi disagi sfociano nell’adolescenza e sempre più spesso in preadolescenza.

Qui, il giovane si trova ad affrontare il “mondo degli adulti” e quello dei propri pari e scopre che deve lottare per molte cose che prima apparivano scontate.

Lotta per essere accettato, far parte del gruppo, essere ascoltato, avere un suo spazio, un suo futuro, identità ecc.

Vivere, quindi, è come camminare perennemente sulla corda.

Una corda fatta di incertezze e che non fornisce certo la tranquillità che il mondo dell’infanzia aveva sino a quel momento fornito.

Iniziano quindi le prime frustrazioni ed il rifugio nel “controllo”, persino delle emozioni, diviene la prima strategia attuabile e disponibile.

Questo rifugio è la cosiddetta “isola felice”.

Iniziare a contare, limitare, analizzare il proprio corpo ed il cibo concorre a far sentire inizialmente al riparo dalle incertezze del “camminare sulla corda” e cioè vivere: in questo modo si entra nella malattia.

Dapprima il controllo, chiamato anche perfezionismo clinico, avviene verso cibo e corpo, mano a mano si sposta verso altre aree della propria vita toccando anche le emozioni ed il rapporto con gli altri.

Tutto ciò che perturberà questo controllo diviene inaccettabile ed il passo verso una dipendenza dal disturbo, quale unico compagno di vita è purtroppo breve.

Più si ricerca una imperfezione allo specchio tastando il proprio corpo (il cosiddetto body checking) o magari confrontandolo con gli altri che si reputano sempre migliori di noi, e più facilmente ci si sentirà imperfetti.

Così facendo si asseconda il disturbo che crede nell’esistenza della perfezione e che solo chi è perfetto sia amato. Oltre a questo, il disturbo alimentare usa il corpo per comunicare, anche quando chi ne soffre pare isolarsi o tace.

Chi soffre vuole comunicare un disagio che poco ha a che vedere con il solo sintomo (non mangiare oppure mangiare senza controllo, ecc.).

È un disagio psicologico in primis, in quanto tali disturbi sono psicopatologie e non possono essere risolte unicamente lavorando sull’aspetto nutrizionale.

La totalità di chi soffre di queste problematiche ha iniziato con una dieta per controllare il proprio corpo ed il disturbo dell’immagine corporea non si risolve di certo con essa in quanto non è possibile risolvere un problema con ciò che l’ha causato.

Questa “Isola felice” di cui parlo fa pensare alla relazione fra questa tipologia di disturbi e le opportunità date dalle nuove tecnologie. È ormai da un po’ di anni che si parla del proliferare di siti pro-ana e pro-mia [n. d. a. “ana” e “mia” sono i vezzeggiativi usati da chi ne soffre per definire la loro condizione di anoressia (ana) e/o bulimia (mia)]. L’idea di isola felice come dicevo è anche l’isola e per contrazione l’isolamento, in una virtualizzazione (dove con il virtuale si raggiunge quella perfezione, senza peso e non carnale tanto anelata) delle relazioni possibile grazie ad internet. In una mia ricerca sul fenomeno blog, notavo come, grazie ad internet, sia possibile per queste persone da un lato, trovare un sostegno da propri “simili”, ricevere informazioni sulle diete, sulle calorie, sulle tecniche migliori di gestione del peso, ma anche per chiedere aiuto per uscire da questo isolamento “felice”.

Pertanto equiparare l’isola felice anche alle varie “isole” date dai siti cosiddetti “pro-ana” e “pro-mia” disseminati purtroppo ovunque in rete, appare alquanto immediato.

Personalmente li vedo come molteplici solitudini che si incontrano e si motivano a vicenda per mantenere un controllo che è umanamente impossibile praticare per un lungo periodo.

Proprio per questo assistiamo nella pratica clinica al fenomeno della “transdiagnosi”, cioè ragazze che prima erano anoressiche e con il tempo divengono bulimiche. Da un estremo digiuno si giunge a episodi di abbuffate con condotte di compenso di vario tipo (vomito, attività fisica condotta per diverse ore, uso di diuretici e lassativi, ecc)

Questi disturbi infatti sono posti l’uno accanto all’altro quasi ad essere uno, la continuazione dell’altro.

In merito ai siti che inneggiano a queste malattie, un recente studio ha indicato che quando appare un disclaimer, cioè un messaggio che informi sul contenuto del sito prima di entrare nella home page, l’utente rimane per meno tempo in lettura ed in molti casi neppure va oltre l’avvertimento.

Questi avvertimenti dovrebbero essere imposti per legge, in quanto niente si sta facendo per bloccare, informare e condurre ricerche serie su tali fenomeni che non possono essere presi alla leggera tacciandoli, come ho visto fare, di “fenomeni adolescenziali”.

Proprio a causa di questo abbiamo perso tempo prezioso nel nostro Paese nella lotta a queste problematiche. Ed ora si contano i danni.

Con il gruppo che coordino su internet riguardo i disturbi alimentari, nel solo 2009 abbiamo contribuito a chiudere una dozzina di questi siti ed altrettanti gruppi sul social network “Face book” di questo tipo.

Ho inoltre contattato le responsabili di questi siti per fornire un aiuto reale nel mondo reale ma pochissimi hanno risposto e ancor meno desiderano uscire dal proprio disagio. Ma è una goccia nell’oceano.

La mia personale idea? Reprimere ascoltando.

Mi spiego meglio: cancellare per sempre i contenuti, ma di converso stimolare a comunicare il proprio disagio in una maniera più funzionale.

Questi disagi hanno un loro “perché”, così pure il motivo che spinge l’adolescente a creare un sito di questo tipo.

È su questo che si deve far leva per comprendere il disagio sotterraneo che questi siti, apparentemente deliranti nascondono.

C’è bisogno di ascolto, di accoglienza, di una carezza in sintesi.

Una carezza ed un ascolto che spesso viene negato e che vede nel disturbo alimentare la ricerca di lenire questa fame d’amore.

Questo, sicuramente fa venire in mente il tema della cura e del prendersi cura. Come ci si cura da queste patologie? E perché è così difficile uscirne?

Inizierò dicendo che è complesso, ma non impossibile uscirne. Intendo specificatamente uscirne ed avere una cura: non guarire.

Guarire significa ritornare alla situazione precedente alla malattia e ciò significherebbe sminuire il significato che il disturbo porta con sé.

Ritornando alla sua domanda, è difficile la cura perché il problema è determinato da più fattori con ostacoli che mantengono la problematica (rapporti interpersonali, autostima, problem solving, bassa tolleranza alle frustrazioni ed alle emozioni ecc), e dinamiche che si innescano durante i momenti di crisi che limitano le risorse disponibili della persona.

È complesso uscirne perché oltre a dover comprendere tutto ciò, è necessario, per i professionisti cui ci si affida, avere una certa esperienza anche dei meccanismi che si instaurano nella relazione con il paziente, i suoi familiari/conviventi ed essere pratici nell’entrare in relazione terapeutica con la persona. Cosa non sempre facile. Ecco perché i disturbi alimentari sono in un certo senso la “bestia nera” per molti colleghi.

È necessario che chi soffre si senta accolto ed ascoltato, ma anche che sia condotto per mano verso il cambiamento. Questo può avvenire anche per mezzo di diverse figure professionali che dovrebbero essere coordinate da uno psicologo. Questo perché è il professionista che ha incontri con la persona a cadenza più ravvicinata nel tempo e forse meglio ne conosce storia, sviluppi e purtroppo immancabili “alti e bassi”. Curare queste patologie significa prendersi cura di tutta la persona, non solo del corpo. Nel corpo ha la sua espressione, nel controllo di esso ma non è l’unica cosa cui prestare attenzione.

Tengo a precisare infine che molti dei casi che giungono alla mia attenzione avrebbero potuto trarre beneficio da una prevenzione fatta “come si deve”.

Intendo una prevenzione che non atterrisca solamente riguardo i danni fisici dei disturbi alimentari, ma che miri ad aiutare i giovani a comprendere ciò che sta avvenendo in loro.

Rendiamoci conto che ormai la nostra società non è più pronta per gestire alcune dinamiche e fasi della vita. Il parto, l’adolescenza, la morte solo per fare degli esempi, sono momenti che ora si cerca in tutti i modi di alleviare nel più breve tempo possibile.

E molto spesso in famiglia non se ne parla o non si forniscono strumenti, anche comunicativi e di risoluzione dei problemi, per poter comprendere e fronteggiare adeguatamente ciò che fa parte della vita di ognuno di noi.

Anoressia nervosa e Bulimia nervosa sono patologie la cui insorgenza è dovuta ad un insieme di diversi fattori e di molteplici influenze: biologiche, psicologiche, relazionali, sociali, che attraverso il corpo trovano la loro manifestazione.

Secondo questa prospettiva esistono alcune componenti che concorrono nell’insorgenza dell’anoressia e della bulimia: La cultura sociale, che nel mondo occidentale si caratterizza come cultura della società dei consumi e del benessere, problemi psicologici specifici dell’individuo e in particolare dell’età in cui il sintomo insorge: l’adolescenza.

L’anoressia nervosa e la bulimia sono considerate sindromi della società contemporanea, in quanto al loro interno si possono rintracciare le caratteristiche indispensabili che portano in alcune donne a sviluppare un disturbo della condotta alimentare. Un Fattore importante che concorre all’insorgenza di un disturbo alimentare è quello della moda della magrezza, sempre più diffusa in questa cultura, principalmente femminile, che viene amplificata dai mass media e dai mezzi di comunicazione i quali riescono facilmente a raggiungere le grandi masse. A causa di tale motivo sono sempre di più le ragazze che rispetto ai modelli di giovani ed esili donne proposte dai mass media, si convincono di essere grasse e ricorrono ad estenuanti diete dimagranti.

 I mass media focalizzano ampliamente l’attenzione sul corpo presentando pubblicità e programmi con modelle sempre più magre ed esili. La donna viene continuamente bombardata da queste immagini a cui la società si conforma. Essere belle e magre diventa imperativo, un buon biglietto da visita per poter essere accettate, apprezzate e stimate.

 Un altro fattore che gioca un ruolo importante nell’insorgenza di un DCA riguarda la difficoltà a fronteggiare i compiti di sviluppo che caratterizzano il periodo adolescenziale.

L’adolescenza è un periodo fortemente complesso, contraddistinto da grandi turbamenti e profonde trasformazioni (specialmente fisiche e psicologiche) che necessitano una nuova riorganizzazione a livello sia individuale, sia familiare, sia sociale. Le trasformazioni fisiche, che colpiscono questi giovani adulti, influenzano profondamente il rapporto che essi hanno con il loro corpo (sia nello sviluppo sano che in quello patologico) causando profondi disordini emotivi che caratterizzano questa fase della vita. Il corpo diventa il tramite tra l’io e il mondo esterno (sia familiare che sociale).

I ragazzi cercano di adeguarsi e conformarsi ai modelli esterni che possono essere rappresentati sia dai coetanei sia dai modelli proposti dai mass media. Il corpo è ora soggetto ad ipervalutazione e a critiche che possono portare il ragazzo o la ragazza a giudicarsi brutti, sgradevoli fino a crearsi delle vere e proprie fobie nei confronti di alcune parti del corpo (dismorfofobia). Il giudizio dei coetanei e dell’ambiente esterno (compreso quello familiare) rivestono grande importanza.

I rapporti con gli altri sono fondamentali per l’adolescente; l’interesse che l’ambiente esterno (in particolare il gruppo dei pari) rivolge nei confronti di alcuni aspetti del corpo dell’adolescente (interesse che può essere sia positivo che negativo) influenza la percezione che egli ha del proprio corpo in quanto può aumentare o diminuire ciò che il ragazzo accetta o respinge del proprio corpo.

Uno dei disturbi principali dell’anoressia e della bulimia (legato al periodo adolescenziale) è il disturbo dell’immagine corporea. Il termine immagine corporea riassume i molteplici sentimenti e atteggiamenti che i soggetti esprimono nei confronti del loro corpo. Le pazienti con DCA non riescono ad interpretare in modo adeguato i messaggi che provengono dal loro corpo che non viene ascoltato e si tende a costruire un immagine di esso che non corrisponde alla realtà, infatti la dissociazione psicosomatica è la caratteristica più importante dei disturbi alimentari.

Classificazione e diagnosi dell’anoressia nervosa

I criteri diagnostici più utilizzati nel campo delle patologie alimentari sono raccolti in particolare in due manuali: Il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi Mentali (DSM-IV) e nella Decima revisione della classificazione internazionale delle sindromi e dei disturbi psichici e comportamentali (ICD-10).

Entrambi i manuali sottolineano, nella patologia anoressica, una distorsione dell’immagine corporea che si concretizza nel terrore di diventare obesi.

I criteri diagnostici usati dal DSM IV sono:

  1. Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per l’età e la statura. (Per es: perdita di peso che porta a mantenere il peso corporeo al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto, oppure incapacità di raggiungere il peso previsto durante il periodo della crescita in altezza, con la conseguenza che il peso rimane al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto).
  2. Intensa paura di acquistare peso o di diventare grassi anche quando si è sottopeso.
  3. Alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo, o eccessiva influenza del peso e delle forma del corpo sui livelli di autostima, o rifiuto di ammettere la gravità dell’attuale condizione di sottopeso.
  4. Nelle femmine dopo il menarca, amenorrea, cioè assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi.

Vengono inoltre distinti due sottotipi:

– Con RESTRIZIONI: Nell’episodio attuale d’AN il soggetto non ha presentato regolarmente abbuffate o condotte d’eliminazione;

– Con ABBUFFATTE

– CONDOTTE di ELIMINAZIONE: Nell’episodio attuale di AN il soggetto ha presentato regolarmente abbuffate o condotte di eliminazione (DSM-IV pag. 591-597).

In relazione ai disordini alimentari è interessante rilevare come, in base all’orientamento assunto dall’esperto, ne deriva una descrizione causale diversa ma che concorda con la sua teoria di riferimento.

Per gli psichiatri di formazione biologi sta, esiste sicuramente un gene specifico per ogni disordine alimentare; per gli esperti che fanno riferimento alle “memorie represse”, pare che il 90% delle donne affette da un disturbo alimentare abbia subito un abuso sessuale; in ottica psicodinamica il disordine alimentare può esser connesso al mancato superamento di complessi arcaici, in particolare, al complesso di Elettra. Per la prospettiva relazionale è importante la causalità familiare dei disordini alimentari e, in particolare, il rapporto madre-figlia o della conflittualità della coppia genitoriale.

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