Comprendere l’ADHD: la FAMIGLIA

La Famiglia

Le relazioni familiari sono spesso caratterizzate da risentimento, irritazione, contrasto, rabbia, soprattutto perché la variabilità del quadro sintomatologico del bambino porta spesso i genitori a ritenere che tutto il comportamento inopportuno sia volontario. Le azioni messe in atto dal bambino all’interno dell’ambiente assumono connotazioni del tutto diverse se l’ottica si cala dal punto di vista del soggetto.
Il sintomo diviene connotato negativamente per convinzioni sociali, anche piuttosto diffuse, e le azioni di contrasto diretto tese all’inibizione dell’azione del bambino, portano alla genesi di vere e proprie contratture muscolari che poi l’organismo risolverà con stati di attivazione del tutto involontari, cronicizzandosi.
La psicologia emotocognitiva sostiene la non esistenza di vere e proprie strutture stabili enfatizzando il ruolo dei processi di mantenimento psicofisiologici alla base del disturbo. Di fatto quello che chiamiamo cronicizzazione può risolversi proprio agendo su tali processi.
Cronico, nelle teorie emotocognitive del Dott. Baranello, è soltanto un modo sempre uguale di organizzazione disfunzionale rispetto al sintomo e sarà cronico finché non si modificherà il processo. Una prospettiva, quella emotocognitiva, rivolta completamente al futuro anziché al passato.

Trovarsi al centro di una incessante iperattività può essere molto spossante ed irritante per la famiglia. La tutela del minore senza la tutela della famiglia è davvero inutile.
Per questo l’intervento emotocognitivo è un intervento di armonizzazione sistemica.

Il bambino iperattivo è un bambino difficile da calmare e da consolare nei modi che popolarmente conosciamo, quelli di tipo diretto, che, si rivelano del tutto inutili ed inefficaci anzi, addirittura patogenetici. Se si cerca di prenderlo in braccio, di tenerlo vicino a se, di accarezzarlo o di parlargli è sfuggente.
Spesso atteggiamenti apparentemente normali come dire “stai tranquillo” o all’opposto “rimproverarlo” oppure atteggiamenti basati sul cercare si spiegare o all’opposto punirlo, si rivelano del tutto fallimentari in quanto, per Baranello, sono comunque orientati verso il tentativo di risolvere un problema in modo diretto. Sarebbe come dire ad un “drogato” che la droga fa male. Sicuramente è giusto ma non sortisce di certo grandi effetti, visto che è un’informazione che la persona già conosce.
Baranello sostiene che la metodologia di intervento più efficace passa invece per un nuovo tipo di informazione, di tipo indiretto, basata proprio sulle nuove nozioni circa il funzionamento dell’organismo prodotte dalle teorie emotocognitive.

Per la famiglia uscire di casa può rappresentare un enorme problema perché andare al supermercato, al ristorante, in un albergo, a casa di amici e parenti potrebbe significare essere costretti a subire i comportamenti del figlio per mantenere una calma “apparente” assecondando le sue richieste per evitare che manifesti dei comportamenti eccessivi.
I genitori possono sentirsi delusi nelle loro aspettative di essere in grado di consolare e di prendersi cura del figlio, i suoi comportamenti tendono a farli innervosire e ad agire cercando ogni modo per contenere la sua irrequietezza sgridandolo, punendolo, cercando di convincerlo con discorsi o promettendogli dei premi se si comporta bene. Tentativi che falliscono puntualmente il loro obiettivo, come abbiamo visto.

Anche il contesto sociale nel quale la famiglia vive può mettere in dubbio le capacità del genitore di educare o di essere in grado di controllare il figlio, generando un altro fattore che influenzerà negativamente la situazione e la possibilità di risolvere il problema.*

Il bambino, a volte, sembra agire apposta per far perdere la pazienza ai genitori che a loro volta, nonostante facciano ricorso a tutte le loro risorse cercando di “provarle tutte” per risolvere il problema, possono diventare insofferenti ed esausti, soprattutto nel vedere che la situazione non migliora. Viene ad instaurarsi così quello che le teorie emotocognitive hanno chiamato  loop disfunzionale, ossia un processo  circolare ridondante nel quale i tentativi di soluzione messi in atto non solo non risolvono il problema ma alimentano il problema stesso acuendo la tensione sintomo-specifica e quindi producendo proprio il sintomo come effetto e quindi la genesi del disturbo.
Questo ovviamente non significa che il genitore abbia colpe, tutt’altro.
Baranello sostiene che nessuno può essere considerato colpevole direttamente perché in realtà il problema è semplicemente derivato da una carenza informativa adeguata.
Il concetto di “colpa” è spesso basato su vecchie teorie del trauma, del tutto inesistenti e scientificamente non rilevanti secondo Baranello, che vogliono associare cause simboliche, quindi del tutto astratte, alle manifestazioni sintomatologiche apparentemente disfunzionali. Queste teorie, secondo Baranello, dovrebbero essere prese con molta cautela perché rischiano di creare falsi legami tra causa-effetto e quindi contribuire al mantenimento stesso del problema e alimentare più il business basato su vecchi assiomi anziché risolvere realmente i problemi.

I genitori possono essere sconcertati dal non riuscire a comprendere cosa faccia agire il figlio in un certo modo e si sentono isolati anche dal punto di vista sanitario, dove nessuno è in grado nella pratica di dire loro un semplice ed efficacie “come fare”.
Si trovano di fronte a mille informazioni, concetti generali, ma a poche reali soluzioni, ovvero c’è un deficit conoscitivo che va assolutamente colmato e si dimostra con la scarsa efficacia della maggior parte degli interventi oggi esistenti.

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